Cheffù on 7 novembre?

7 novembre

Oggi è il 7 novembre e, mi dispiace dirvelo, è il 311° giorno dell’anno.

Dopo una pausa abbastanza lunghetta causa vita frenetica e barbette varie, direi che è giunto il momento di tornare alla ribalta col nuovo Cheffù. Uno esteso, di quelli che provano a rimontare tutte le puntate mancate in precedenza. Engioi!

– Nel 1504 Cristoforo Colombo fece ritorno dal suo quarto, ultimo e fortunatissimo viaggio nelle Americhe. Qualche giorno dopo la partenza, l’ormai arrugginito genovese previde un uragano (il buongiorno…) e, dopo una strabiliante crociera tra Honduras e Costa Rica innaffiata da pioggie continue, l’ammiraglio decise di sbarcare a Veragua. Mica pè niente, lì dentro la terra trasudava oro! Colombo non sapeva, però, che vi avrebbe trovato pure una gang d’indigeni locali, gli scagnozzi di Pierbanano, i quali menarono con delle “mazze in durissimo legno di palma” quei disgraziati che erano andati in perlustrazione. Colombo decise saggiamente di tirare le tende e nel 1503, giunto alle Isole Cayman, dei simpatici parassiti celebrarono un pranzo nuziale su tutte e quattro le sue navi, nessuna esclusa. Arrotolando le brache a mò di Sampei e svuotando le navi con dei secchi, l’equipaggio riuscì per miracolo a salpare in Giamaica dove Colombo, memore del legno di palma, si guardò bene dallo scendere a terra… E per fortuna, perché i tipi del luogo erano strafatti e non ben disposti. A salvare l’equipaggio fu l’ennesimo trucco del Magic Colombus: prevedendo un’eclissi lunare e approfittando dei pusher locali, l’esploratore comunicò agli indigeni che il loro dio – un tucano dotato di lunghissimi rasta – avrebbe presto oscurato il cielo, perché era in collera con loro. Quando la stessa sera la tribù vide la luna rossa non perdette un secondo di più, riprendendo subito ad aiutare la combriccola di Colombo. E fu così che l’equipaggio del condottiero se la cavò, facendo ritorno in patria qualche mese dopo. Jammin’ all the time.

– Nel 1932 Buck Rogers in the 25th Century venne trasmesso in radio per la prima volta. Tralasciando le conoscenze di un pubblico nerd e fumettaro, questo personaggio è ispirato a John Carter, l’eroe fantascientifico creato dall’autore di Tarzan (che è tutto dire), e pare abbia introdotto il tema dell’esplorazione di universi sconosciuti – e ridicoli – nei media popolari. Carter, un ex soldato sudista truccato come una showgirl di Drive-In, viene trasportato sulle pianure di Marte fasciato soltanto da un bel paio di mutandoni e un mantello rosso, combattendo contro gli Uomini Verdi (alienacci brutti, alti come i Watussi e dotati di due paia di braccia). Il nostro Buck Rogers, invece, ha un aspetto leggermente più credibile ed è un pilota dell’aviazione statunitense che, dopo aver trascorso 500 anni semi-ibernato dentro una grotta, acquisisce dei superpoteri grazie a delle inalazioni di gas radioattivo. Enniente, al suo risveglio nel 25° secolo si sgranchisce le gambe e riprende la sua attività di pilota, comandando astronavi e avversando il perfido Killer Kane. Starete pensando a un robot o a un marziano, invece si tratta di un imperatore mongolo con gli stessi obiettivi di Mignolo e il Prof: conquistare il mondo. Non credo che Buck Rogers sia stato molto contento, però, della scelta compiuta da chi italianizzò il suo nome negli anni Venti, cambiandolo all’anagrafe in Elio Fiamma. Ti è andata bene col gas radioattivo, Buck, non ti lamentare.

– I nati del 7 novembre:

– Nel 1567 Margherita Farnese, figlia del duca di Parma, la quale appena tredicenne sposò il futuro duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga. Inutile specificare che le nozze avevano poco a che fare con il loro amore comune per la musica di Steve Wonder e per le gite fuori porta. Comunque sia, due anni dopo il matrimonio fu annullato: Margherita non riuscì a consumare a causa di una malformazione fisica (sono la sola ad aver pensato a Denti?) e senza pargoli il matrimonio non s’aveva da continuare. Mentre Margherita si chiudeva in convento, con tanti saluti alle sue impossibili notti brave, Vincenzo programmava immediatamente il suo secondo matrimonio con Eleonora de’ Medici. Tuttavia, il flop di Margherita aveva inculcato più di qualche sospetto sul duca. L’arcigna matrigna di Eleonora decise di convocare una commissione che doveva verificare se l’impianto di Vincenzo, quella “attitudine alla deflorazione” di cui scrive la perfidissima Wiki, fosse funzionante. Durante la prima verifica, il duca “arrivò pieno di baldanza, ma si produsse in una ben poco maschia ritirata”: in poche parole, Vincenzo era un po’ moscetto e la commissione trattenne grasse risate mentre ciondolava la testa di qua e di là con aria professionale. Per la seconda prova fu allora chiamata perfino una fanciulletta, cui erano stati promessi “3.000 scudi e un marito di pronta smemoratezza” (lacrime), ma il duca si era talmente strafogato di Mcburger con salse afrodisiache da procurarsi una colica. La terza verifica fu quella decisiva: sotto gli occhi di una platea dotata di binocoli e squadre millimetrate, il Gonzaga ci diede dentro e alla fine ricevette una pergamena in cui erano stati annotati durata ed esiti finali della performance, nonché l’aspetto della “verga ducale” (Wikipedia fa del male). Era deciso! Il matrimonio con Eleonora fu celebrato poco dopo, e lei, che di certo non ebbe i problemi della moglie del dipendente della Conad, sfornò 6 piccoli Vincenzini.

– Nel 1903 Konrad Zacharias Lorenz, zoologo, etologo, filosofo e ambientalista austriaco, nonché Nobel per la medicina e la fisiologia del 1973. A fargli guadagnare l’ambito premio furono i suoi studi sul fenomeno dell’imprinting nelle oche selvatiche, animali che aveva amato e studiato sin dall’infanzia insieme alla sua futura moglie. Eh sì, perché il gioco di “mamma anatra”, con cui si divertivano i due bambini (ma un gessetto e un cortile per la tradizionale campana, no?), Lorenz continuò a praticarlo da adulto, trascorrendo ore e ore tutto raggomitolato a farsi inseguire da una schiera di anatroccoli. Per amore della scienza, certo, e c’è da dire che lei quell’uomo ebbe comunque il coraggio di sposarlo. Ordunque, alla nascita del primo figlio quest’uomo de core decise di ingabbiare non tutti i quadrupedi e volatili che gli scorrazzavano per casa, ma proprio quel povero cristo in fasce (a proposito di imprinting). Il meglio: nel 1938 Lorenz s’iscrisse al partito nazionalsocialista, prendendo ad annotare una serie di divagazioni sul dovere dell’igiene razziale e sugli uomini moralmente inferiori. Le sue giustificazioni a posteriori sono sintetizzabili così: “Tutti! I miei amici, gli anziani del circolo, il mio insegnante di yoga e pure il mio caro babbo, tutti vedevano bene il concetto della ‘selezione’… Non sapevamo che significasse ammazzare della gente!”. Io avrei un’idea su chi sarebbe dovuto essere in gabbia.

– I morti del 7 novembre:

– Nel 1599 Gaspare Tagliacozzi, avo della chirurgia plastica e ricostruttiva. A vent’anni iniziò i suoi studi di medicina a Bologna, una delle prime università ad aver istituito la cattedra di ‘Anatomia pratica’, ovvero il Party della Dissezione-dei-cadaveri. Al Tagliacozzi divertiva un mondo, al punto di mantenere per tutta la vita un legame strettissimo con la Confraternita della Morte. “Eccheré?”, penseranno alcuni: ecco, il compito della Confraternita era visitare le prigioni e dare delle pacche sulle spalle ai condannati a morte… Salvo, poi, venderne i corpi per farli autopsizzare. Comunque, dopo il lancio del tocco Tagliacozzi cominciò a ricevere una sfilza d’incarichi, fino al grande balzo: non appena il PR del Dissezione-Party del tempo crepò, il chirurgo prese il suo posto, trattenendo a stento la propria felicità e la tentazione di smembrare il corpo del deceduto predecessore. Arriviamo al dunque. Nell’opera Chirurgia delle mutilazioni per mezzo di innesti, il venerando Tagliacozzi spiegava il cosidetto “Metodo Italiano”, anche detto l’Arte del tagliuzzamento della pelle del braccio spalmata poi su nasi, labbra e orecchi dei pazienti. Il Tagliacozzi divenne famoso come Nip&Tuck, viaggiando per tutta l’Italia fino a Vienna e offrendo i propri servigi alle celebrità dell’epoca (perfino il Vincenzo Gonzaga di cui sopra). Qualche settimana dopo la sua morte, però, nella chiesa dove il chirurgo era stato sepolto, qualcuno urlò che egli era dannato in eterno. Le suore del luogo, dotate di grande discernimento, chiesero alla virile e muscolosa Suor Giorgetta di portare fuori la bara, sotterrandola in terreno sconsacrato. Per fortuna il processo post-mortem “per accuse di magia” scagionò il Tagliacozzi di tutte le accuse e lui fece ritorno alla sua sacra dimora… Del resto, egli era proprio ‘nu brav uaglione: prima della laurea aveva superato per ben due volte l’esame di fede cattolica (mi chiedo se lo scritto fosse a risposta multipla e se dessero la lode solo nel caso di un’apparizione del Santissimo)! La chirurgia plastica non venne mai tacciata di essere pratica eretica, e vissero tutti felici e contenti. Almeno, Mickey Rourke di sicuro.

Oggi è la festa nazionale della Catalogna del Nord e si festeggia l’onomastico di Villibrordo, Prosdocimo e Achilla. Come in precedenza, mantengo fervida la speranza che non ci siano ancora dei genitori così crudeli.

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