Cheffù on the 1st febbraio?

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Oggi è l’1 febbraio e, mi dispiace dirvelo, è il 32° giorno dell’anno.

L’incostanza è la mia parola d’ordine, ma la patafisicità non ha prezzo (Chiedo scusa a tutti i fan di Po per aver modificato la citazione del loro personaggio preferito). Eccovi la vostra prima puntata del 2016.

– Nel 1884 venne pubblicata la prima edizione dell’Oxford English Dictionary. Quest’operona sostituiva il cosiddetto “Johnson’s Dictionary”, edito poco più di cento anni prima da Samuel Johnson dopo ben nove anni di solitario e barbosissimo lavoro. ’Sto “grande successo dell’erudizione” costicchiò parecchio, fra l’altro, considerato che per realizzarlo il tipo fu pagato qualcosa come 1500 ghinee (per chi non lo sapesse, il cambio ghinee-sterline attuale è tipo un lingotto d’oro ogni 100 sterline). Del resto, si trattava di una delle opere più monumentali fino ad allora compiute, con la presenza di ben 42.773 parole, tra cui brilla la definizione di “lessicografo”. In un attacco di autostima, infatti, Johnson definì così il proprio lavoro: ‘Compilatore di dizionari; un innocuo sgobbone che si affanna a rintracciare l’origine e ad esporre dettagliatamente il significato delle parole’. Nice!
– Nel 1919 occorse la prima incoronazione di Miss America – che, attenti tutti, è una cosa seria. Prima di tutto, si tratta di una gara per ottenere una borsa di studio, e non solo la parure Miluna del caso; secondo, ci sono milioni di persone coinvolte in centinaia di giurie (locali e statali) che valutano ogni concorrente per cinque diverse competizioni. E non basta essere bona e avere le anche sporgenti, e non basta che dici al microfono con la dizione di uno gnu di montagna che vuoi la ‘pasce nel monno’! Eh no, bisogna che t’impegni per davvero a combattere a favore di una causa, una importante, tipo la ricerca scientifica. È vero, ci sono due prove di bonazzagine dedicate alla sfilata in costume e in abito da sera, ma le concorrenti devono anche superare la prova dell’“intervista privata”, nella quale viene testata la loro capacità di discutere dell’ultima puntata di Sherlock come della guerra in Siria. E non finisce qui: le figaccione americane devono addirittura provare d’avere un talento, uno qualunque, sia pure questo il saper fare una valigia o avere un’estensione vocale da paura. Roba che vorrei vivere all’epoca della Seconda Guerra perché tanto sono donna e non la faccio, io, la guera.
– Nel 1958 vince al Festival di Sanremo la canzone che tutti quanti amiamo (e l’amiamo veramente) e di cui non conosciamo con esattezza il vero titolo: Nel blu dipinto di blu, scritta da Migliacci e Modugno. Non solo sono state incise una cifra tale di versioni da confermare la teoria dell’infinità della serie numerica – l’ultima poco fa, nella mia stessa vasca da bagno – ma sono tante pure le versioni sulla nascita del testo stesso. Secondo una di queste, Modugno ha affermato di aver pensato al ritornello mentre osservava il cielo dalla finestra di casa sua, salvo poi dichiarare che tutto era nato quando un pomeriggio aveva detto a Migliacci ma lo sai che la Lazio ha vinto 2 a 0 col Torino e, tra una cosa e l’altra, che una volta ‘di blu mi sono dipinto?’ (così). Migliacci ha invece sostenuto che il testo della canzone gli era stato suggerito da un incubo notturno e, non so voi, ma non posso fare a meno di immaginarlo mentre di notte si sveglia urlante e sudato, dopo aver sognato di volare nel cielo infinito felice di stare lassù con una voce melodica nelle orecchie.

I nati dell’1 febbraio:

– Nel 1462 Johannes Trithemius, esoterista, storico, lessicografo, astrologo, occultista, abate, crittografo, autore di bestsellers quali Antipalus maleficiorum e, last-but-not-least, uomo universale tedesco. Non solo: Tritemio fu anche testimone storico dell’esistenza di Georgius Sabellicus (detto anche Faustus junior o “Er Trucido”), negromante vagabondo che ha ispirato il Faust di Goethe. Senza averlo mai incontrato di persona (Sabellicus pare si fosse dileguato appena saputo dell’arrivo del nostro abate a Brandeburgo, che casualità), Trithemius scriveva in una lettera di aver trovato una mappa appartenuta al tipo oscuro, firmata così: ‘Maestro Georgius Sabellicus, novello Faust, fonte della necromanzia, astrologo, secondo mago, chiromante, aeromante, piromante e secondo a nessuno nell’idromanzia’ – tanto per non confondere eventuali omonimi. Probabilmente geloso della quantità spropositata di appellativi che ’sto tizio si era attribuito – chi è che ce l’ha più lungo? – l’abate proponeva dunque simpatiche e cristianissime pene per il mago, ‘meritevole di essere aggiogato a un carro ed essere preso a frustate’. Di Voldemort ne può esistere solo uno, nel quartiere, insomma.
– Nel 1686 Susanna Enrichetta di Lorena, moglie del duca di Mantova. Vedova alla veneranda età di 22 anni, morì solo due anni dopo, apparentemente per non aver creduto a una leggenda iettatrice della famiglia Gonzaga. Questa narrava, infatti, che chiunque si fosse azzardato a sbarazzarsi delle spoglie di Rinaldo Bonacolsi detto Passerino – ucciso nel 1328, la cui mummia a cavallo di un ippopotamo (…) era esposta nelle sale del Palazzo Ducale – avrebbe causato la rovina della stirpe. Indovinate un po’? Susanna Enrichetta si era effettivamente un poco stancata di vedere un cadavere rinsecchito sul tappeto persiano che aveva scelto per la lista nozze, e per questo aveva deciso di far gettare il corpo del di sopra Passerino nelle acque di un lago, lui con tutto il suo destriero ippopotamale. A Susannì, hai visto che ti succede a non credere alle storielle? Non è vero niente, dice, e poi ti ritrovi stecchita che manco hai avuto l’occasione di acquistare una boccetta di acido ialuronico.

I morti dell’1 febbraio:

– Nel 525 Santa Brigida, religiosa e badessa irlandese. Si convertì alla religione cristiana a soli sei anni contro la volontà del babbo pagano e dal braccino corto, a cui la generosità della figlia faceva girare parecchio i cosiddetti. Difatti, quando l’ennesimo poveraccio venne a bussare alla porta di casa loro e la bambina gli diede non uno yogurtino scaduto, ma la sua spada cerimoniale, il padre decise che era il momento di liberarsi della dolce Brigidina e la spedì in convento. Tutto questo, ovviamente, prima di scoprire le prodigiose capacità della nostra santa patrona (tutti voi, scettici ubriaconi, professerete la vostra cristianità non appena lette le prossime righe). Secondo Wikipedia, infatti, la santa performò uno dei miracoli più ganzi della storia, facendo spillare da un solo barile la birra per diciotto chiese, “in quantità tale che bastò dal Giovedì Santo alla fine del tempo pasquale”. La preghiera dedicata a Brigida fa proprio riferimento a questo prodigio (‘Vorrei un lago di birra per il Re dei Re. Vorrei che la famiglia celeste fosse qui a berne per l’eternità […]. Vorrei che ci fosse allegria nel berne. Vorrei anche Gesù qui’), e se restate per qualche minuto in religiosa contemplazione davanti a una rossa doppio malto potrete sentirla dentro di voi, cantata dai più puzzosi osti bavaresi.
– Nel 1734 John Floyer, medico inglese. Si laureò a Oxford dopo quasi venti anni di studi, al che uno penserà che era un cazzutissimo dottore alla House, di quelli che ti misurano il battito cardiaco in base alla sudorazione del lobo sinistro. E invece, oltre a essere ossessionato dall’importanza dei bagni in acqua fredda – una cura che proponeva a tutti i suoi pazienti che, giustamente!, col piffero che si buttavano in un fiume gelato per lenire i sintomi del raffreddore –, Floyer fu anche il suggeritore di una geniale soluzione alla scrofola di nientepopòdimenoche Samuel Johnson – sì, proprio quello dei dizionari. Come immaginerete la scrofola non è una cosa bellissima e nemmeno tanto facile da curare; era credenza comune, però, che fosse sufficiente che un sovrano imponesse le mani sulla scrofo-cosa per guarirla del tutto. Il povero infante Johnson fu quindi portato davanti alla regina Anna che, con faccia schifata, mise le sue mani sopra la scrufo-escrescenza del futuro “sgobbone”, generando però soltanto la ribellione unanime dei succhi gastrici della povera sovrana e – nell’incredulità generale – nessuna guarigione del povero piccirillo. Ma vatti a fare un bagno, Floyer.

L’1 febbraio è anche la festa Wicca dell’Imbolc (il culmine dell’inverno, per voi che magnate solo italiano), e ci tenevo a fare gli auguri di buon onomastico a tutti i Trifone, Orso e Sigeberto. Sempre che esistano ancora genitori così crudeli.

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Cheffù on 10 luglio?

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Oggi è il 10 luglio e, mi dispiace dirvelo, è il 191° giorno dell’anno.

La puntata di oggi sarà particolarmente succosa. Un po’ perché avevo le pile a carica massima, e dovevo in qualche modo sfogarmi, un po’ perché il 10 luglio è stato un giorno piuttosto proficuo in termini di patafisicità. Check it out.

– È il 1925 e in un tribunale del Tennessee ha inizio il “processo della scimmia”. Se, come me, avete immaginato una bonobo difendersi dall’accusa di aver abusato in pubblico di un albero di banano, vi sbagliate. Sul banco degli imputati, invece, c’era un giovane di nome John Scopes, un allenatore di football cacciatosi nei guai durante una supplenza di biologia – immagino l’ufficio del personale, con Bill che chiede a Mary chi diavolo può sostituire quella lavativa della professoressa di scienze e lei che risponde che  “quellocheinsegnairagazziadarsilebotteinseguendounapallaèliberooggi, dagliunosquillo”. By the way, pare che Scopes sia stato trascinato in tribunale da un certo Bryan, uno sfigato bocciato tre volte alla candidatura per la presidenza degli States, con l’accusa di aver violato una legge che vietava l’insegnamento delle teorie evoluzioniste in Tennessee. Insomma, Bryan era sicuramente uno che rispettava il codice civile: “I nostri ragazzi – lo sento declamare – devono sapere che l’uomo non deriva dalla scimmia, ma da una voce invisibile che ha fatto un vaso con un pisello e una costola con le tette”. Risultato? Il povero Scopes ricevette una multa di 100 dollari (poi revocata), continuando la sua esistenza nell’industria del petrolio, mentre Bryan crepò pochi giorni dopo la fine del processo, affaticato dalla tribolazione giudiziaria. Chissà se alla fine la Voce l’ha ringraziato per averla difesa da quei dannati scienziati darwinisti.

– Alle ore 3.55 del 1962 fu lanciato in orbita Telstar, il primo satellite adoperato per le telecomunicazioni, simile a una specie di gemello scemo di R2D2 (l’intelligenza di un marchingegno è in questo testo misurata dalla presenza di lucina rossa intermittente, vedi HAAL 9000). Il giorno successivo al lancio, il coso satellitare trasmise il primo scambio internazionale d’immagini in mondovisione, in un totale di 16 canali televisivi (Ahahah! Mondovisione). Probabile contenuto delle immagini, due soprani con abiti meringati che intonavano “Libiamo ne’ lieti calici” la mattina di capodanno, nel bel mezzo dell’hangover peggiore della tua vita. Ma andiamo alle certezze: la prima trasmissione diffusa in mondovisione, infatti, durata soltanto per 8 disturbatissimi minuti, consisteva nel triste fermo immagine della bandiera americana, accompagnato dalla telecronaca dei saluti tra il vicepresidente degli Stati Uniti e il boss della società di telecomunicazioni che aveva partorito Telstar… Comunque sia, quest’ultimo smise di funzionare qualche mese dopo, durante l’attraversamento delle “fasce di van Allen”, colpito dal balzo radioattivo di una canzone abusata degli anni Ottanta, trasmessa in anticipo nello STD (SpazioTempo Differito). Potrei anche aver soddisfatto qui il mio ascesso d’Idiozia, e invece no.

I nati del 10 luglio:

– Nel 1759 Pierre-Joseph Redouté, pittore e botanico francese, noto col soprannome di “Raffaello dei fiori”. Ora, anche se a me i suoi quadri ricordano le illustrazioni dei calendari Erbolario che mia madre affiggeva in cucina (brivido), alle dame di corte pare che ‘sta roba piacesse un mucchio. Redouté, infatti, venne accolto a Versailles dalla regina Maria Antonietta, che lo nominò pittore del suo Gabinetto Reale, per poi diventare il pittore della corte dell’imperatrice Giuseppina, consorte di quel grattarolo di Napoleone. Dopo qualche anno, anche la seconda moglie dell’imperatore lo volle accanto a sé, per insegnarle la tecnica dell’acquarello. In breve, il vecchio pittore visse sereno e beato tra una rosellina e l’altra, imperturbabile naufrago di regimi e regnanti. C’è da pensare che avesse un pennello straordinario.

– Nel 1866 Serge Abrahamovitch Voronoff, un chirurgo russo naturalizzato francese. Andando al punto: la ricerca più fruttuosa mandata avanti da Voronoff riguardò il trapianto di testicoli come cura per contrastare l’invecchiamento. Ebbene sì: non cremine per il viso all’acido dell’olio di palma o all’estratto di stinco di maiale, ma un bell’impiantino in zona ics. Gli effetti di questo delizioso procedimento, secondo le sue inverificate ipotesi, erano un miglioramento delle prestazioni sessuali, un incremento dell’attività mnemonica e una riduzione della stanchezza, seguite da un annientamento della miopia e, uditeudite, dal prolungamento della vita. Finanziato da una riccona nullafacente, il chirurgo prese dunque a trapiantare sui sacchetti dei suoi facoltosi pazienti prima i testicoli di criminali andati al patibolo, e poi, quando la domanda divenne insostenibile (troppi coglioni richiedenti il trapianto e nessun coglione disponibile a questo), di palle di scimpanzé. Applaudito dalla comunità scientifica, dagli anni Venti fino ai Trenta Voronoff fece lo scroto-impianto a 500 vecchiacci, vivendo nel più sfrenato lusso, finché un dottore sano di mente non dichiarò che la procedura era una buffonata e il chirurgo non cadde in disgrazia. Letteralmente troppe balle, Gospodin Voronoff.

– Nel 1856 Nikola Tesla, ingegnere elettrico, inventore e fisico serbo. La verità è che bisognerebbe dedicare a Tesla un intero Almanacco patafisico, incentrando il primo numero sulle sue molteplici ossessioni (basti pensare al suo odio per i germi e alla sua passione per i piccioni, che portava perfino dentro la sua camera d’albergo – risaputa l’elevata igiene dei pennuti urbani). Considerato ciò, qui mi limiterò a prendere qualche appunto su un’invenzione che il geniale soggetto che si era attribuito, il cosidetto Teleforce, la cui esistenza, non ancora accertata, è ad oggi ricollegata unicamente a fantasie belliche come gli UFO nazisti guidati da alieni con baffetti a spazzola. Questo fantomatico pistolettone, infatti, aveva il potere di sparare enormi flussi di particelle energetiche-mercuriali-superpotenti (termini che agli occhi di un’umanista appaiono praticamente invertibili), capaci di distruggere in una botta sola tutti gli aeroplani, i carri armati e gli eserciti nemici presenti fino a una distanza di 200 miglia. La cosa più scompisciosa è che il pistolettone è ad oggi definito sia “raggio della morte” che “raggio della pace”, vale a dire: ‘la pistolettata del pistolettone colpisce in modo selettivo e procurerà la pace – almeno, a chi avrà l’onore di premere il grilletone’. Per quanto ne sappiamo Tesla non riuscì a vendere la sua idea e l’arma non fu mai realizzata, anche se c’è chi ritiene che il file dell’invenzione sia stato archiviato dentro una cartellina Top Secret dell’FBI. Vi auguro buonanotte e sogni d’oro.

I morti del 10 luglio:

– Nel 772 Amalberga di Temse, monaca e santa delle Fiandre. Secondo la sua agiografia, redatta da Gozzelino di Carterbury, Amalberga fu cresciuta da una tipa di nome Landrada, anch’essa santa (chi va con lo zoppo…). A rovinare la beatitudine della nostra monaca, però, vi fu l’arrivo in città di Carlo Martello, il quale si era parecchio ingrifato di fronte alla visione di Amalberga. Dopo aver inseguito la santa dentro la chiesa dove questa si era rifugiata, Carlo provò a “sollevarla” (parole di Wiki) senza grande fortuna: la monaca resistette così tanto all'”Eddaje-Amalbé” del quasi-regale Martello da frantumargli un braccio. In un modo o nell’altro, Amalberga visse comunque un’esistenza di pace e preghiera, facendo due miracoli qua e là, tra cui quello di guadare un fiume surfando sopra un pesce gigante. Tipico.

– Nel 1941 Ferdinand “Jelly Roll” Morton, pianista e compositore jazz. A diciassette anni iniziò la sua carriera dentro i bordelli di New Orleans, suonandosi anche le tipe che ci lavorano dentro, che lo battezzarono “Jelly Roll” proprio per il suo talento di amatore. E niente, sembra che questo tizio facesse col piano delle cose parecchio straordinarie, e che lo sapesse anche, visto che si vantava di essere il creatore del jazz. Non solo: era sua abitudine romperle più o meno a tutti con questa storia, dando prova della sua umiltà prima di ogni esibizione, spazzolandosi lo sgabello con un fazzoletto di seta… In realtà il suo successo durò pochi anni, per poi riaccendersi soltanto dopo gli anni Trenta, quando Jelly Roll scrisse una lettera che fece di nuovo girare i riflettori su di lui, indirizzandola al presentatore di una trasmissione radio che aveva osato presentare qualcun altro come l’inventore del jazz. Dicesi sindrome da Pippo Baudo, bello.

Si festeggia oggi il Giorno dei sette fratelli della religione Dievturiba e l’onomastico di Paterniano, Amalberga e Anatolia. Sempre che esistano ancora genitori così crudeli.

Cheffù on 13 aprile?

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Oggi è il 13 aprile e, mi dispiace dirvelo, è il 103° giorno dell’anno – di un anno nuovo, a dire il vero.

Non sono un individuo coerente (vedi dettagli del profilo), ma spero di seguire più assiduamente le sorti del mio Almanacco. Superato lo scoglio della laurea, la ricerca del lavoro mi lascia ampi spazi di respiro ansiolitico nel quale digitare storie patafisiche. Le puntate saranno forse più brevi, lo smalto inalterato.

Dunque, ricominciamo.

– Nel 1863 il Barbottone nazionale, Giuseppe Garibaldi, si trovava a Caprera, allettato dopo l’Aspromonte, dove ffuffferitoaunagamba. Sebbene il suo unico desiderio fosse quello di fare zapping, alternando la pressione sul tasto P+ a lamenti gargarismatici, il povero Garibaldi dovette sorbirsi l’orda di trentasette ossequiosi visitatori, che lo andarono a trovare armati di scatole di cioccolatini e palloncini con su scritto “Il nostro eroe preFFFERITO”. Ben pochi sanno, però, che durante le sue incursioni in giro per il mondo il nostro condottiero s’acciuncò non poche volte. In un saggio intitolato Storia Medica della Grave Ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi il giorno 29 agosto 1862 – il noto sintetismo degli editori dell’epoca – il dottor Pietro Ripari ha narrato di come nel 1849 Peppino si fosse salvato per un pelo di barba: come nei migliori film d’azione, la ‘palla francese’ che lo aveva colpito aveva infatti beccato il manico del suo pugnale, procurandogli soltanto una ffferita al fianco. Quanta grinta, ma anche quanto ccculo.

– I nati del 13 aprile:

– Nel 1748 Joseph Bramah, inventore britannico e padre fondatore della ingegneria idraulica. Ora, quando nomino un inventore di solito è perché ha ottenuto un brevetto ridicolo, o uno di quelli che ha modificato per sempre le nostre esistenze. Bramah, per esempio, ha migliorato il nostro sciacquone quotidiano. Pare che le case londinesi dell’epoca avessero tutte uno stesso problema: col gelo invernale lo sciacquone tendeva a bloccarsi, lasciando i poveri signori in bombetta ad armeggiare contemporaneamente con la catenella che opponeva resistenza e la fibbia della cintura (“Oh god. Oh my God”). Ebbene, Bramah salvò tutti brevettando questo magico marchingegno che sostituiva la valvola rettilinea con un lembo incernierato posto sul fondo della vaschetta. Non chiedetemi che cosa significhi, io ho capito solo che fino al secolo diciannove questo sistema continuò a essere utilizzato e che è possibile assistere al suo funzionamento nella residenza della regina Vittoria, sull’Isola di Wight. Ve lo dico nel caso dovesse scapparvi mentre vi trovate nei dintorni della casuccia vittoriana. Comunque, pare che Bramah sia morto per un brutto raffreddore… Quando si dice, intendersene di pompe idrauliche non sempre ti salva.

– Il 1729 Thomas Percy, poetaantiquario e religioso inglese. Da giovanissimo prese a coltivare un interesse per i racconti di Cavalleria e a collezionare action figures di Aragorn il Ramingo (“Uomini dell’Ovest!”, ok, non ho potuto resistere), tanto che già ai suoi diciassette anni le mensole della libreria della sua stanza quasi crollavano sotto il peso di trecento volumi. Nel 1755 la svolta, quel colpo di fortuna che cambia la sorte di un antiquario: per qualche scellino arrugginito un amico gli vendette un manoscritto gigantesco, di cui i domestici avevano notato le doti non ignifughe. “Sembra abbastanza vecchiotto. Strappiamone le pagine per accenderci il fuoco!”, aveva detto infatti quello sdentato alla cameriera tracagnotta, senza sapere che si trattava di una raccolta di anonime ballate popolari del XVII secolo. Percy sobolliva dall’eccitazione: ritagliando, cancellando, modificando i versi originali direttamente sul volume – che chiamò Percy Folio – il poeta riscrisse la propria versione della raccolta, intitolandola Reliques Of Ancient English Poetry (numerosi arresti cardiaci e attacchi di gastrite esofagea al reparto Filologia delle università di tutto il mondo). La pubblicazione rese Percy una vera e propria celebrità, ed egli decise di fondare un circolo antiquario votato al suo smodato interesse nel deturpare le antichità.

– I morti del 13 aprile:

Anne Lucile Philippe Desmoulins, dama dell’aristocrazia francese. Secondo Wiki Lucile era una “ragazza civettuola ancora sognante”, con un debole per le telenovelas ispanoamericane e i personaggi femminili dal destino melodrammatico. Dall’anta sinistra del suo armadio, infatti, lo sguardo di Maria Stuarda incoraggiava quotidianamente Lucile, che sognava di morire giovane come la regina di Scozia. Tra l’altro – devo scriverlo per forza – la povera Stuarda era crepata in modo terrificante (in seguito a mesi di prigionia, decapitata con due colpi d’ascia, insomma, non proprio il massimo). Si narra, inoltre, che la gonna dell’ex regina avesse iniziato a muoversi in modo inquietante subito dopo la morte della poveraccia; se anche voi avete sentito l’inizio di Thriller, levatevelo dalla testa. La Stuarda aveva avvolto nella sottana un piccolo cane, che pare abbia avuto bisogno di cinque anni di sedute ipnotiche per superare il trauma. Tornando alla nostra Lucile, questa andò in sposa a un certo Camille Desmoulins, arrestato durante la Rivoluzione francese. La dama decise di non approfittare delle sue conoscenze nell’ambiente rivoluzionario per far liberare il marito (bestemmie da parte del Desmoulins), nonostante l’amico Robespierre si fosse perfino lavorato un paio di volte la sorella al drive-in di Boulevard de Godard. Coinvolta in un affare incriminante, scelse di agire allora in modo decisivo: uscì in strada e, pinzettando le gonnellone con le dita, prese a correre e a strillare «Vive le roi!». Era fatta: felice come una pasqua di ricongiungersi al marito in prigione, Lucile fu ghigliottinata, realizzando le sue vagheggianti fantasie tragiche-idiote.

Si festeggia oggi il Capodanno buddhista e il Giorno degli insegnanti dell’Ecuador, oltre che l’onomastico di Caradoco, Ermenegildo, Papilo e Agatonica. Sempre che esistano ancora genitori così crudeli.

Cheffù on 7 novembre?

7 novembre

Oggi è il 7 novembre e, mi dispiace dirvelo, è il 311° giorno dell’anno.

Dopo una pausa abbastanza lunghetta causa vita frenetica e barbette varie, direi che è giunto il momento di tornare alla ribalta col nuovo Cheffù. Uno esteso, di quelli che provano a rimontare tutte le puntate mancate in precedenza. Engioi!

– Nel 1504 Cristoforo Colombo fece ritorno dal suo quarto, ultimo e fortunatissimo viaggio nelle Americhe. Qualche giorno dopo la partenza, l’ormai arrugginito genovese previde un uragano (il buongiorno…) e, dopo una strabiliante crociera tra Honduras e Costa Rica innaffiata da pioggie continue, l’ammiraglio decise di sbarcare a Veragua. Mica pè niente, lì dentro la terra trasudava oro! Colombo non sapeva, però, che vi avrebbe trovato pure una gang d’indigeni locali, gli scagnozzi di Pierbanano, i quali menarono con delle “mazze in durissimo legno di palma” quei disgraziati che erano andati in perlustrazione. Colombo decise saggiamente di tirare le tende e nel 1503, giunto alle Isole Cayman, dei simpatici parassiti celebrarono un pranzo nuziale su tutte e quattro le sue navi, nessuna esclusa. Arrotolando le brache a mò di Sampei e svuotando le navi con dei secchi, l’equipaggio riuscì per miracolo a salpare in Giamaica dove Colombo, memore del legno di palma, si guardò bene dallo scendere a terra… E per fortuna, perché i tipi del luogo erano strafatti e non ben disposti. A salvare l’equipaggio fu l’ennesimo trucco del Magic Colombus: prevedendo un’eclissi lunare e approfittando dei pusher locali, l’esploratore comunicò agli indigeni che il loro dio – un tucano dotato di lunghissimi rasta – avrebbe presto oscurato il cielo, perché era in collera con loro. Quando la stessa sera la tribù vide la luna rossa non perdette un secondo di più, riprendendo subito ad aiutare la combriccola di Colombo. E fu così che l’equipaggio del condottiero se la cavò, facendo ritorno in patria qualche mese dopo. Jammin’ all the time.

– Nel 1932 Buck Rogers in the 25th Century venne trasmesso in radio per la prima volta. Tralasciando le conoscenze di un pubblico nerd e fumettaro, questo personaggio è ispirato a John Carter, l’eroe fantascientifico creato dall’autore di Tarzan (che è tutto dire), e pare abbia introdotto il tema dell’esplorazione di universi sconosciuti – e ridicoli – nei media popolari. Carter, un ex soldato sudista truccato come una showgirl di Drive-In, viene trasportato sulle pianure di Marte fasciato soltanto da un bel paio di mutandoni e un mantello rosso, combattendo contro gli Uomini Verdi (alienacci brutti, alti come i Watussi e dotati di due paia di braccia). Il nostro Buck Rogers, invece, ha un aspetto leggermente più credibile ed è un pilota dell’aviazione statunitense che, dopo aver trascorso 500 anni semi-ibernato dentro una grotta, acquisisce dei superpoteri grazie a delle inalazioni di gas radioattivo. Enniente, al suo risveglio nel 25° secolo si sgranchisce le gambe e riprende la sua attività di pilota, comandando astronavi e avversando il perfido Killer Kane. Starete pensando a un robot o a un marziano, invece si tratta di un imperatore mongolo con gli stessi obiettivi di Mignolo e il Prof: conquistare il mondo. Non credo che Buck Rogers sia stato molto contento, però, della scelta compiuta da chi italianizzò il suo nome negli anni Venti, cambiandolo all’anagrafe in Elio Fiamma. Ti è andata bene col gas radioattivo, Buck, non ti lamentare.

– I nati del 7 novembre:

– Nel 1567 Margherita Farnese, figlia del duca di Parma, la quale appena tredicenne sposò il futuro duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga. Inutile specificare che le nozze avevano poco a che fare con il loro amore comune per la musica di Steve Wonder e per le gite fuori porta. Comunque sia, due anni dopo il matrimonio fu annullato: Margherita non riuscì a consumare a causa di una malformazione fisica (sono la sola ad aver pensato a Denti?) e senza pargoli il matrimonio non s’aveva da continuare. Mentre Margherita si chiudeva in convento, con tanti saluti alle sue impossibili notti brave, Vincenzo programmava immediatamente il suo secondo matrimonio con Eleonora de’ Medici. Tuttavia, il flop di Margherita aveva inculcato più di qualche sospetto sul duca. L’arcigna matrigna di Eleonora decise di convocare una commissione che doveva verificare se l’impianto di Vincenzo, quella “attitudine alla deflorazione” di cui scrive la perfidissima Wiki, fosse funzionante. Durante la prima verifica, il duca “arrivò pieno di baldanza, ma si produsse in una ben poco maschia ritirata”: in poche parole, Vincenzo era un po’ moscetto e la commissione trattenne grasse risate mentre ciondolava la testa di qua e di là con aria professionale. Per la seconda prova fu allora chiamata perfino una fanciulletta, cui erano stati promessi “3.000 scudi e un marito di pronta smemoratezza” (lacrime), ma il duca si era talmente strafogato di Mcburger con salse afrodisiache da procurarsi una colica. La terza verifica fu quella decisiva: sotto gli occhi di una platea dotata di binocoli e squadre millimetrate, il Gonzaga ci diede dentro e alla fine ricevette una pergamena in cui erano stati annotati durata ed esiti finali della performance, nonché l’aspetto della “verga ducale” (Wikipedia fa del male). Era deciso! Il matrimonio con Eleonora fu celebrato poco dopo, e lei, che di certo non ebbe i problemi della moglie del dipendente della Conad, sfornò 6 piccoli Vincenzini.

– Nel 1903 Konrad Zacharias Lorenz, zoologo, etologo, filosofo e ambientalista austriaco, nonché Nobel per la medicina e la fisiologia del 1973. A fargli guadagnare l’ambito premio furono i suoi studi sul fenomeno dell’imprinting nelle oche selvatiche, animali che aveva amato e studiato sin dall’infanzia insieme alla sua futura moglie. Eh sì, perché il gioco di “mamma anatra”, con cui si divertivano i due bambini (ma un gessetto e un cortile per la tradizionale campana, no?), Lorenz continuò a praticarlo da adulto, trascorrendo ore e ore tutto raggomitolato a farsi inseguire da una schiera di anatroccoli. Per amore della scienza, certo, e c’è da dire che lei quell’uomo ebbe comunque il coraggio di sposarlo. Ordunque, alla nascita del primo figlio quest’uomo de core decise di ingabbiare non tutti i quadrupedi e volatili che gli scorrazzavano per casa, ma proprio quel povero cristo in fasce (a proposito di imprinting). Il meglio: nel 1938 Lorenz s’iscrisse al partito nazionalsocialista, prendendo ad annotare una serie di divagazioni sul dovere dell’igiene razziale e sugli uomini moralmente inferiori. Le sue giustificazioni a posteriori sono sintetizzabili così: “Tutti! I miei amici, gli anziani del circolo, il mio insegnante di yoga e pure il mio caro babbo, tutti vedevano bene il concetto della ‘selezione’… Non sapevamo che significasse ammazzare della gente!”. Io avrei un’idea su chi sarebbe dovuto essere in gabbia.

– I morti del 7 novembre:

– Nel 1599 Gaspare Tagliacozzi, avo della chirurgia plastica e ricostruttiva. A vent’anni iniziò i suoi studi di medicina a Bologna, una delle prime università ad aver istituito la cattedra di ‘Anatomia pratica’, ovvero il Party della Dissezione-dei-cadaveri. Al Tagliacozzi divertiva un mondo, al punto di mantenere per tutta la vita un legame strettissimo con la Confraternita della Morte. “Eccheré?”, penseranno alcuni: ecco, il compito della Confraternita era visitare le prigioni e dare delle pacche sulle spalle ai condannati a morte… Salvo, poi, venderne i corpi per farli autopsizzare. Comunque, dopo il lancio del tocco Tagliacozzi cominciò a ricevere una sfilza d’incarichi, fino al grande balzo: non appena il PR del Dissezione-Party del tempo crepò, il chirurgo prese il suo posto, trattenendo a stento la propria felicità e la tentazione di smembrare il corpo del deceduto predecessore. Arriviamo al dunque. Nell’opera Chirurgia delle mutilazioni per mezzo di innesti, il venerando Tagliacozzi spiegava il cosidetto “Metodo Italiano”, anche detto l’Arte del tagliuzzamento della pelle del braccio spalmata poi su nasi, labbra e orecchi dei pazienti. Il Tagliacozzi divenne famoso come Nip&Tuck, viaggiando per tutta l’Italia fino a Vienna e offrendo i propri servigi alle celebrità dell’epoca (perfino il Vincenzo Gonzaga di cui sopra). Qualche settimana dopo la sua morte, però, nella chiesa dove il chirurgo era stato sepolto, qualcuno urlò che egli era dannato in eterno. Le suore del luogo, dotate di grande discernimento, chiesero alla virile e muscolosa Suor Giorgetta di portare fuori la bara, sotterrandola in terreno sconsacrato. Per fortuna il processo post-mortem “per accuse di magia” scagionò il Tagliacozzi di tutte le accuse e lui fece ritorno alla sua sacra dimora… Del resto, egli era proprio ‘nu brav uaglione: prima della laurea aveva superato per ben due volte l’esame di fede cattolica (mi chiedo se lo scritto fosse a risposta multipla e se dessero la lode solo nel caso di un’apparizione del Santissimo)! La chirurgia plastica non venne mai tacciata di essere pratica eretica, e vissero tutti felici e contenti. Almeno, Mickey Rourke di sicuro.

Oggi è la festa nazionale della Catalogna del Nord e si festeggia l’onomastico di Villibrordo, Prosdocimo e Achilla. Come in precedenza, mantengo fervida la speranza che non ci siano ancora dei genitori così crudeli.

Cheffù on 28 marzo?

jesse-owens1Oggi è il 28 marzo e, mi dispiace dirvelo, è l’87° giorno dell’anno.

Cosa pata-accadde, tanto tempo fa?

– Nel 1990 George H. W. Bush assegnò postuma la Medaglia d’oro del Congresso all’atleta statunitense Jesse Owens. Il suo vero nome, James Cleveland, fu tramutato in Jesse da un insegnante che mal interpretò lo slang del giovane, il quale diceva di chiamarsi J.C. (manco fosse un membro dei Backstreet Boys). Ai campionati nazionali studenteschi del 1933 spaccò alle competizioni di corsa e salto in lungo, e questo gli fece ottenere l’ammissione nell’Università statale dell’Ohio: per la serie, non riesci manco a pronunciare il tuo nome ma ti ammettiamo all’università perché sai fare un volo di 8 metri sulla sabbia. Comunque, Jesse partecipò alle Olimpiadi di Berlino e portò a casa quattro medaglie d’oro; presente ai Giochi, ovviamente, c’era quel baffetto del Führer, il quale pare che se la sia filata per evitare di stringere la mano ad Owens, che aveva battuto l’atleta tedesco Luz Long. Perché? Perché Owens era nero. In realtà, questa storia è stata smentita dallo stesso atleta nella propria autobiografia, nella quale scrisse: «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò e mi salutò agitando la mano. Io feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto». Insomma, Hitler era proprio una brava persona, cazzo!

I nati del 28 marzo:

– Nel 1599 Witte de With, ammiraglio olandese. A sedici anni iniziò la sua gavetta in mare, e nel 1626 era già viceammiraglio della Flotta delle spezie della Compagnia Olandese delle Indie Orientali. Due anni dopo, il colpaccio! Come alto ufficiale dell’equipaggio di un’altra nave ammiraglia, Witte combatté a Cuba per impadronirsi della Flotta spagnola del Tesoro, che scoppiava di argento, oro, gemme, perle, spezie, seta ed altre cose da poveracci, per un valore di undici milioni di fiorini. Ora, io non so quale sia il cambio di valuta euro-fiorini, ma il povero Witte ne ricevette solo 500 e si incazzò abbastanza, anche perché il suo comandante non volle promuoverlo. Deluso, egli lasciò la flotta militare e passò al comando del Grote Visserij, una flotta peschereccia. Come si dice? Dalle gemme alle aringhe.

– Nel 1638 Frederik Ruysch, botanico e anatomista olandese. Siccome che i cadaveri da sezionare costavano assaje, egli si inventò un modo per conservare gli organi umani e gli animali morti, tenendoli ‘sotto spirito’ o utilizzando quello che Wiki chiama ‘liquor balsamicum’, una pappa fatta con sangue di maiale rappreso, blu di Prussia e ossido mercurico. Nel 1697 Pietro il Grande visitò la casa di Ruysch, che aveva esposto tutte le specie in suo possesso in cinque stanze. I due divennero grandi amici: oltre a disegnare insieme la dentatura umana, il medico e lo zar parlavano di come catturare le farfalle e della loro “grande passione comune”, le lucertole. Venti anni dopo – Maria, apri la busta – Pietro il Grande tornò da Ruysch, il quale gli vendette il suo “archivio delle curiosità” per 30.000 fiorini, rifiutando però di confezionare ed etichettare tutto il materiale e cedendo questo onore ad uno sfigato di nome Albertus Seba. E niente, alla fine il materiale fu spedito via mare, e Wikipedia ci tiene a specificare che le voci sui marinai che bevvero l’alcool destinato alla conservazione degli organi sono false. Ma le scorpacciate di sanguinaccio, le avranno fatte?

– Nel 1819 l’ingegnere Joseph William Bazalgette, noto per aver salvato la capitale inglese dalla Grande Puzza. Quest’ultimo fenomeno ricorse nella caldissima estate del 1858, quando le acque del Tamigi giunsero a prosciugarsi (potrete dunque immaginare cosa scorresse al suo posto). Le autorità e gli abitanti erano disgustati, e venne addirittura fondato un comitato per scrivere una relazione sulla Puzza (immagino il contenuto: “Fa davvero molta puzza”). Il cancelliere di Benjamin Disraeli arrivò a descrivere il fiume come «a Stygian pool reeking with ineffable and unbearable horror» (‘una puzzolente pozza stigiana di ineffabile ed insopportabile orrore’: sono la sola ad aver letto la versione italiana della frase con l’accento di Stanlio?). Comunque, a risolvere il problema vi fu appunto Bazalgette, che costruì il sistema fognario della capitale inglese. Ma come abbiamo fatto a non pensarci prima!  

I morti del 28 marzo:

– Nel 1236 Conone di Naso, santo della chiesa cattolica e abate del Convento di San Basilio. In seguito alla morte dei genitori, egli decise di donare tutti i suoi beni ai poveri e di ritirarsi nella grotta di San Michele come eremita. Tuttavia, qualche tempo dopo, il monaco fu accusato da una giovane e nobile fanciulla di averla disonorata (anche se, si scoprì dopo, ad aver ricevuto le chiavi del suo mutandone di metallo era stato un baldo garzone). Conone, che era già bello che anzianotto, fu ugualmente condannato dal giudice alla pubblica fustigazione ma, non appena gli tolsero il saio, il corpo del poveraccio mostrò tutto il suo vigore, fra piaghe e cilicio un po’ di qua e un po’ di là. ‘Perbacco – avranno urlato – a questo non basterebbero venti pillole blu!’ E fu così che il vecchio abate venne riaccompagnato dal popolo osannante nella grotta in cui viveva, perché potesse terminare i suoi splendidi giorni di autopunizione in pace.

-Nel 1820 Elena Afanasievna Diartiev. Sin da piccola era decisa a prendere i voti, ma la nobile famiglia preferiva darla in sposa ad un riccone del luogo; un monaco le consigliò, allora, di prendere la strada della “Stoltezza in Cristo” (di cui ho parlato qualche tempo fa qui) e di fingersi pazza per avvicinarsi a dio. Ma tant’è, il giorno del matrimonio arrivò ed Elena manifestò tutta la propria felicità durante il pranzo di nozze, gettandosi fuori da una finestra e prendendo a rotolarsi nel fango. Lo sposo se la diede a gambe, ovviamente, e la famiglia decise di rinchiuderla prima in casa, poi in manicomio ed infine in convento. Anche lì dentro, tuttavia, ad Elena sembrava mancare qualche martedì: non dormiva mai, mischiava primo-secondo-dessert in un unico piatto e – parola di Wikipedia – “soleva inoltre portare spesso in mano un fazzoletto che svolgeva e avvolgeva in continuazione o un vaso di gerani”. Un vaso di gerani.

Si festeggia oggi la Luna del Seme della Religione Wicca, oltre che l’onomastico di Castore, Gontrano e Tuotilo. Sempre che esistano ancora genitori così crudeli. 

Cheffù al cheffù.

È un po’ di tempo che non pubblico più su questo spazio.
Mi manca moltissimo, vorrei avere il tempo di spulciare come prima la pagina Wikipedia e stanare le ‘patafollie’ che ci ha riserbato la Storia. Purtroppo, adesso riesco a stento a ritagliarmi del tempo per adempiere alle necessità legate alla mia igiene personale.
Spero che questo momento finisca presto; per ora mi tocca tornare alle otto e mezzo di sera con la voglia di ingurgitare un Sofficino a forma di sorriso, e meno male che almeno quello ha una forma che somiglia ad una bocca felice.
Scrivo ancora per fortuna, la sera tardi… In questo momento mi sto dedicando ad una fiaba, la storia di una bambina che al posto degli occhi ha delle farfalle, figlia di una fiammiferaia e di un signore che vola come un palloncino dopo essere diventato un addicted delle bevande gassate. Non so dove mi sia venuto in mente, ma è successo, ed è proprio questo il bello.

I.

Cheffù on 11 marzo?

UranoOggi è il 10 marzo e, mi dispiace dirvelo, è il 69º giorno del Calendario Gregoriano.

Ecco gli eventi che hanno intasato le sue 24 ore nel passato:

– Nel 1799 Modugno, un paesello aderente alla giacobina Repubblica Napoletana, venne assediato dalla popolazione fedele al re borbonico (4000 uomini, di cui 500 armati di fucile). E vabbé, direte, che c’è di bello? C’è che la difesa di Modugno venne condotta da 120 uomini e che solo pochi di loro sapevano usare le armi da fuoco; c’è che come polvere da sparo gli abitanti del paese dovettero utilizzare quella di alcuni petardi comprati per le feste (…) e che furono costretti a sparare dalle terrazzine delle case, essendo le mura della città inesistenti. Risultato: nascosti fra i mutandoni che Nonna Cesira aveva steso alla ringhiera del balcone, centoventi cristiani con in mano delle armi letali come pistole ad acqua fecero a pezzi i quattromila dell’altro schieramento, uccidendone una ventina. Tra le loro fila, invece, nessun ferito. Altro che Leonida: this is Modugno!

– Nel 1977 l’astronomo James Elliot comunicò la riscoperta degli anelli di Urano, catalogato come una stella fino al 18° secolo. Un tizio in parrucca dal nome molto settecentesco, Pierre Charles Le Monnier, aveva osservato Uranio addirittura una ventina di volte, ma non aveva mai capito che si trattasse di un pianeta; secondo Wikipedia esiste una spiegazione molto precisa per l’errore dello scienziato: il parruccone era talmente disordinato che “una delle sue osservazioni fu trovata consegnata su una carta da pacchi usata per conservare la polvere per capelli”… Ora, tralasciando il dettaglio della polvere per capelli – tanto per mantenere saldo il mio stomaco – e facendo una ricostruzione alla Tenente Colombo: un giorno Le Monnier assistette ad un fenomeno che doveva immediatamente trascrivere e, non trovando il suo solito Lab Notes con fulmini crepitanti (Breaking Bad addicted), scarabocchiò di fretta le sue osservazioni su della carta da pacchi che aveva sulla scrivania; qualche giorno dopo, però, egli usò quella stessa carta per mettere la sua polvere per capelli, con tanti saluti per una possibile scoperta di enorme portata. Ma n’è che era bianca, ‘sta polverina?

I nati del 10 marzo:

– Nel 1940 Chuck Norris, attore, artista marziale, produttore cinematografico e scrittore statunitense. Inutile dirvi perché lo menziono per primo: non voglio rogne. Tuttavia devo sottolineare delle cose che non sapevo: Chuck è figlio di un meccanico e di una camionista (sangue materno is the power) ed è un tipo parecchio dotato di senso dell’umorismo. A commento di una di quelle frasi che circolano sul web col nome di Chuck Norris Facts – «Non esiste la teoria dell’evoluzione. Solo un elenco di creature cui Chuck Norris ha permesso di vivere» – l’attore ha affermato: «[…] è quello che penso realmente della teoria dell’evoluzione: non è vera. Non è il modo nel quale siamo arrivati su questa terra. Difatti, la vita che possiamo vedere su questo pianeta non è niente altro che un elenco di creature cui Dio ha permesso di vivere. […] Peraltro, senza di lui, io non ho alcun potere». Chuck Norris che dice di non avere alcun potere, questo ribalta totalmente la mia scala di valori.

– Nel 1660 Andrea Riggio, vescovo di Catania, prelato domestico del Papa e Patriarca latino di Costantinopoli. Il plurititolato Riggio, però, era anche uno a cui piaceva andare a braccetto con la delinquenza. Tanto per dirne una, nel 1699 Riggio organizzò una rivolta per liberare un assassino che, dopo aver ricevuto la grazia del vescovo, era stato riportato dietro le sbarre dai soldati spagnoli. Sempre mostrando una grande aderenza ai dettami della legge, nel 1713 Riggio venne poi scacciato dalla sua diocesi con l’accusa di aver aiutato alcuni briganti a fuggire… E lui si vendicò pure!, scomunicando a destra e a manca chiunque gli capitasse a tiro. Insomma, la DC avrebbe avuto molto da imparare da lui.

I morti del giorno:

– Nel 1631 Abu Marwan Abd al-Malik II, sultano del Marocco dal 1627. Egli non godeva di una reputazione favolosa a corte, un po’ perché si scolava intere bottiglie di Grappa al Dattero (ma esisterà?), un po’ perché festeggiava gli eventi propizi in modo anomalo. Quando nacque suo figlio, ad esempio, il sultano fece chiudere le donne del palazzo in una torre violentandole indistintamente e in simpatia. Un democratico. Comunque, durò poco: uno dei suoi fratelli complottò contro Abu ed una notte lo fece ammazzare mentre questi era sbronzo. C’è da dire che almeno si evitò i servizi sociali.  

– Nel 1879 Paul Maximilian Lamoral, il Principe di Thurn und Taxis, già a vent’anni ufficiale di giornata e grande amico del Principe Ereditario Ludwig. Chissà come mai, sin dalle prime righe della storia del Principe ho maturato un certo sospettuccio… Sospettuccio che si è fatto sempre più pressante, quand’ho letto il principio di una delle lettere che Paul aveva inviato a Ludwig: «Ho appena chiuso il mio diario, con il pensiero delle splendide ore trascorse insieme quella sera, una settimana fa, che hanno fatto di me l’uomo più felice della terra». E vabbé, ho pensato, si saranno divertiti mangiando popcorn di fronte alle pubblicità porno della tv locale! Tuttavia, proseguendo nella lettura, l’idea diventava un po’ diversa: «[…] ho gioito nel ricordo del nostro rapimento, con il pensiero Ti ho tenuto stretto sul mio cuore […] Poi mi è stata consegnata la Tua cara lettera – balsamo, balsamo celeste! Per il mio cuore». La metafora del Pantene alle mandorle dolci era già abbastanza compromettente, tuttavia la conferma è giunta quand’ho scoperto quale sorpresa avesse organizzato Richard Wagner per il compleanno di Ludwig: toglietevi dalla testa la pin-up che, stelline ai capezzoli, sbuca fuori da una torta alla melassa, e immaginate invece il nostro Paul vestito da Lohengrin che canta melodiosamente per il monarca, solcando le acque del lago Alpsee su una barca trainata da un cigno finto. Non so voi, ma io credo avrei dubitato un po’ meno dell’orientamento del Principe se avesse indossato un cappello di piume di pavone, ballando il can-can a braccetto con la Carrà. Comunque, questo idillio amoroso non era destinato a durare a lungo, perché Ludwig si ingelosì per alcune lettere e licenziò in tronco il povero Paul. Con cuore infranto e mano tremante, quest’ultimo spedì subito un’altra missiva al re esordendo così: «Mio Amato Ludwig! In nome di tutti i santi che cosa Ti ha fatto il Tuo Friedrich? Cosa ha detto perché nessuna mano, nessun buona notte, nessun Auf Wiedersehen lo favorisce?». E io ho ancora le lacrime agli occhi. Dalle risate.

Si festeggiano oggi i santi Attala, Drottoveo e Imelino, quindi, tanti auguri agli sfortunati. Sempre che esistano ancora genitori così crudeli.